A partire dal 10 luglio 2025, quello che Meta e Google lasciavano a intendere da un po\’ è diventato realtà: molti dei contenuti che leggi o che vedi su Instagram sono indicizzati. Che cosa significa? Che adesso sono visibili nei motori di ricerca. Si tratta dei contenuti pubblici dei profili business e creator del social di Meta. Non è un dettaglio tecnico, ma una modifica che può avere ripercussioni profonde su chi crea contenuti, comunica online e lavora con la propria voce digitale.

Negli annunci ufficiali si è letto che questa decisione è nata dal voler garantire ai content creator una maggiore visibilità e nuove opportunità di farsi trovare online, oltre che di dare una vita più lunga ai contenuti di Instagram – che di rado vanno oltre le 48 ore Ma se andiamo più in profondità vediamo altro: a cominciare da una ridefinizione silenziosa di chi ha il controllo della narrazione digitale. E su che cosa possono farne le piattaforme: perché sì, parliamo anche di intelligenza artificiale.

Nel mio lavoro di giornalista, così come in quello di consulente e formatrice, ho visto farsi sempre più intricato l\’intreccio tra contenuti, intelligenza artificiale e piattaforme digitali. Ma ormai è evidente anche come le decisioni di pochi attori tecnologici globali stiano rimodellando il nostro diritto di parola. La grossa differenza rispetto al passato è che questo non avviene più attraverso la censura, ma con l’automatismo: con policy che non silenziano le voci più piccole, con opzioni attivate di default, con meccanismi complessi e opachi in cui è sempre più difficile capire dove finiscano i nostri contenuti e per che cosa possano essere realmente utilizzati.

Ciao! Sono Teresa, sono una giornalista professionista e supporto i freelance nei loro progetti editoriali e nell\’uso etico dell\’intelligenza artificiale generativa, attraverso consulenze, mentoring e corsi. Ho vissuto a Damasco prima e durante l\’inizio della guerra civile – che ho raccontato nel podcast Ponti Invisibili. Il mio podcast Merce di Scambio, una indagine giornalistica sulla compravendita di organi, ha vinto il premio Pod24 come miglior podcast indipendente di reportage e inchiesta del Sole 24Ore.

Sono socia fondatrice dell\’Associazione Constructive Network e faccio parte di JournalismAI, la rete di giornalisti che usano l\’IA in modo etico, sostenuta dalla London School of Economics.

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Che cosa sta succedendo – e perché va raccontato meglio

Foto, reel, caroselli, video: tutti i contenuti pubblici postati su Meta dai profili Instagram business o creator sono indicizzati dai motori di ricerca. E non parliamo solo di Google. Questa indicizzazione avviene in modo automatico per tutti gli account pubblici, a meno che non si decida di disattivare manualmente l’opzione, nelle impostazioni della privacy. Ma attenzione: anche in quel caso, il contenuto già presente potrebbe non sparire dai motori di ricerca sui quali è già comparso.

La novità tocca in particolare chi lavora in modo professionale con i social: dai content creator ai formatori, dai consulenti ai giornalisti a chi è solopreneur. In altre parole: proprio chi, per dare valore al proprio lavoro, si è affidato alle funzioni avanzate dei profili professionali offerti da Instagram.

Non è un paradosso? Pensaci: chi ha scelto strumenti più evoluti e una presenza pubblica strutturata, si ritrova più esposto, meno tutelato e magari anche poco (o per niente) consapevole del cambio in atto. Perché i contenuti potranno finire in pasto alle intelligenze artificiali anche senza consenso. E a proposito di questo…

Il paradosso del consenso

Nella primavera del 2025, molti utenti hanno notato un messaggio da parte di Meta che chiedeva se acconsentire o meno all’utilizzo dei propri contenuti per addestrare sistemi di intelligenza artificiale. Una domanda netta, che sembrava porre l’utente in posizione di scelta: potevi dire sì o no.

Ma quella scelta oggi appare svuotata di senso. Perché anche chi ha detto no, oggi si trova a subire una conseguenza collaterale più insidiosa: la possibilità che i propri contenuti vengano comunque raccolti, catalogati, mostrati, copiati e analizzati da altri sistemi esterni, al di fuori dell\’app. Perché sono indicizzati sui motori di ricerca.

È il paradosso del consenso che esiste solo nel perimetro ristretto della piattaforma, ma che si dissolve non appena i contenuti entrano nello spazio aperto del web. Uno spazio dove operano crawler, agenti automatici di raccolta dati e IA addestrate su testi, immagini e contenuti multimediali.

Meta, Google e il nodo culturale

Ecco perché all\’inizio di questo articolo scrivevo che il problema non è tecnico. È culturale. Se il tuo rifiuto vale solo dentro Instagram, ma non ha effetto una volta che i contenuti vengono consegnati a Google, quel rifiuto ha ancora valore? Stiamo entrando in una fase in cui il concetto stesso di consenso si fa labile, fluido, evitabile. Un\’epoca in cui le piattaforme non ti negano formalmente un diritto, ma lo svuotano di efficacia con mosse parallele. Ed ecco anche perché non sei più davvero tu a guidare la narrazione.

Meta e Google: visibilità o mancanza di libertà?
Pic by Danai Athanasoula – Copyright @teresapotenza

Visibilità non è libertà. Il nodo che (quasi) nessuno vuole affrontare

Dicevamo che l’indicizzazione dei contenuti pubblicati su Instagram viene raccontata come un vantaggio: più facile farsi trovare, più reach, più potenziale pubblico. E in parte è vero. Ma la vera libertà non sta nel comparire ovunque, ma nel sapere quando, dove e perché lo si fa. Quando siamo noi a scegliere per noi stessi.

E invece oggi ti trovi in una situazione in cui:

È una dinamica che tende a trasformare i contenuti in materia prima da riutilizzare, sganciata dalla volontà originaria di chi li ha creati. E quando un contenuto perde il suo contesto, quando può essere ripreso da chiunque e reinterpretato secondo logiche automatiche, si rompe il patto tra chi comunica e chi riceve. Si apre la strada a fraintendimenti e usi distorti.

Meta e Goole: non è solo SEO

L’indicizzazione automatica è solo l’ultimo tassello di una strategia che non nasce certo con queste novità. È il proseguimento – peraltro piuttosto coerente – di un modello che concentra il controllo sulle regole, le infrastrutture e le metriche nelle mani pochi soggetti privati.

E chi crea contenuti — che sia giornalista, scrittrice, docente, creator etc. — si ritrova in un ambiente dove le condizioni cambiano dall’alto, con logiche che privilegiano il profitto, l’advertising, l’efficienza. Le regole si aggiornano, si “migliorano”, si applicano di default — e tu, al massimo, puoi inseguirle.

Dai social ai motori di ricerca, le due facce della stessa visione

Questa dinamica si fa ancora più evidente se osserviamo da vicino chi sono gli attori coinvolti: da un lato c\’è Meta, proprietaria di Instagram, Facebook e WhatsApp. Dall’altro lato c\’è Google, con il suo dominio sui motori di ricerca e sull’indicizzazione globale. Due colossi con ruoli diversi — social e search — ma con una visione convergente.

Entrambi puntano a:

La promessa di visibilità è il linguaggio comune. Ma dietro quella promessa, la visione è chiara: standardizzazione, automazione, riutilizzo. E l’unico modo per sottrarsi a questa logica è riappropriarsi di uno sguardo critico, rinegoziare gli spazi di autonomia, tornare a chiedersi: a che condizioni voglio essere visibile?

Meta e Google: visibilità in cambio di libertà?

Negli ultimi anni ci siamo abituati a pensare che essere visibili sia l’obiettivo. Che raggiungere più persone significhi avere più impatto, più opportunità, più rilevanza. Ma cosa succede se quella visibilità arriva alle condizioni di altri? E se quelle condizioni cambiano senza che tu venga davvero consultata o consultato?

Ormai si sa: ciò che importa oggi è solo la nostra attenzione e i nostri contenuti altro non sono che una moneta di scambio. Se lavori con la tua voce, le tue immagini e le tue idee non puoi più permetterti di restare spettatrice o spettatore.

Serve forse un nuovo alfabetismo digitale, che ci insegni non solo a usare bene gli strumenti, ma anche a difendere il senso e l’intenzione dei contenuti. Che ci permetta di riconoscere quando una piattaforma ci offre opportunità, e quando invece ci ingloba in una logica che non abbiamo scelto.


Una domanda con cui voglio lasciarti

In un ecosistema che ti promette sempre più visibilità, sei ancora tu a decidere che cosa raccontare, dove farlo e con che cornice? O stai adattando la tua voce ai criteri di una visibilità altrui, che può cambiare in qualunque momento?

Non avremo la risposta. Ma porci la domanda è già un atto di libertà.


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