Paesi in guerra: come e perché influenzano le scelte di viaggio

Potrò andare in vacanza in Medio Oriente? E se invece visitassi i Balcani? O l’Africa? Sarà pericoloso, visto che nella zona ci sono delle guerre? Quando pianifichiamo il nostro prossimo viaggio ci facciamo mille domande ed è naturale che sia così. Da giornalista, però, mi rendo conto di quanto i media influenzino non soltanto i comportamenti delle persone, ma anche la percezione del mondo. E questo vale ancora di più quando parliamo di Paesi in guerra.

Mi chiedo spesso quale sia il ruolo di chi fa il mio lavoro nel creare generalizzazioni che distorcono la realtà. Per esempio, quando pensiamo che “il Medio Oriente è pericoloso”: se tante persone la pensano in questo modo, non sarà (anche) perché sulle testate giornalistiche leggiamo titoli come “Guerra in Medio Oriente” – oppure, com’è capitato per il conflitto in Ucraina, “Guerra in Europa”? Se accosto un concetto così forte come quello di “guerra” a un’area geografica molto diversificata non sto certo facendo informazione: sto solo cercando di attirare click e aumentare il famoso engagement rate, cioè il tempo di permanenza sulla mia piattaforma.

Dal ruolo dei media alla responsabilità individuale

Al netto di tutto questo, è nostra responsabilità andare oltre il mainstream e uscire da quelle bolle in cui ritroviamo sempre gli stessi contenuti, per informarci davvero – ho trattato questi temi in molti articoli: puoi cominciare da “Le bolle informative: che cosa sono e perché uscirne“. In questo articolo, invece, scendiamo a un livello più profondo, cioè proprio quello della responsabilità individuale: grazie a Chiara Di Nuzzo, psicoterapeuta e psicologa del viaggio, esploriamo insieme come la paura verso Paesi in guerra influenzi le nostre scelte di viaggio. E al termine troverai anche i consigli della psicologa per superare questo tipo di ansia.


Teresa Potenza Giornalista

Ciao! Sono Teresa, sono una giornalista professionista e supporto i freelance nei loro progetti editoriali e nell’uso etico e utile dell’intelligenza artificiale generativa, attraverso consulenze, mentoring e corsi. Ho vissuto a Damasco prima e durante l’inizio della guerra civile – che ho raccontato nel podcast “Ponti Invisibili“. Nel 2024 ho pubblicato il podcast “Merce di Scambio“, un’indagine sulla compravendita di organi.

Faccio parte del Constructive Network e anche di JournalismAI, giornalisti che usano l’IA in modo etico, sostenuto dalla London School of Economics.

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Paura di viaggiare: una premessa

È vero che viaggiare è una delle esperienze che più possono arricchire le nostre vite. È il modo più potente per superare barriere fisiche e mentale e comprendere la bellezza del mondo e della diversità. Eppure, il nostro pianeta è teatro di guerre che, per quanto lontane possano essere da noi, inevitabilmente alterano i nostri piani di viaggio perché instillano in noi una paura che, a volte, può anche essere così forte da diventare estrema e irrazionale: è l’odofobia.

Che cos’è l’odofobia

L’odofobia è la paura di viaggiare, ma un tipo di paura profonda e irrazionale per qualcosa che forse non avverrà mai e che non è supportata da alcun dato reale. Un’ansia che non ha nulla a che fare con la pericolosità reale di un Paese, legata per esempio a una situazione di guerra (ti invito ad approfondire l’argomento nell’articolo “Paura di viaggiare: ne parliamo con la psicologa“, dove la psicologa Chiara Di Nuzzo fa luce sulle paure che possono impedirci di viaggiare).

Paesi in guerra: un po’ di contesto

Le guerre hanno sempre avuto un impatto significativo sul turismo: pensiamo agli effetti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno inciso per molti decenni dopo la fine del conflitto. Lo stesso vale per le guerre più recenti, ma in modo amplificato: quelle in Siria e in Israele, tanto per fare due esempi, non hanno causato soltanto il blocco quasi totale dei viaggi verso i due Paesi, ma hanno anche alimentato la credenza che tutta l’area mediorientale sia pericolosa.

“Il senso di incertezza, accentuato dai recenti conflitti vicini a noi, dall’Europa dell’Est al Medio Oriente, ha incrementato le paure legate al viaggiare all’estero e alla sicurezza” ci spiega la psicologa Chiara Di Nuzzo. “Si percepisce un clima di instabilità che rende i viaggiatori più cauti e meno inclini a spostarsi, soprattutto è stato così all’inizio dei conflitti, quando ci si sentiva destabilizzati e increduli”.

Myanmar, Bagan
La psicologa Chiara Di Nuzzo in Myanmar – Copyright @Chiara Di Nuzzo

Come sapere se un Paese è pericoloso

Per sapere se un Paese sia pericoloso, basta visitare siti ufficiali e affidabili come Viaggiare Sicuri della Farnesina o consultare rapporti internazionali. Ecco intanto un veloce elenco della situazione in alcune aree geografiche:

  • Medio Oriente: La guerra in Siria, in Yemen e in Israele e Palestina hanno fatto calare in modo drastico il turismo in tutta la regione, anche se ci sono Paesi, come la Giordania, che sono invece tranquilli.
  • Africa: il turismo è profondamente colpito dai conflitti interni e dal rischio terrorismo in alcune aree.
  • Europa dell’Est: la guerra in Ucraina ha modificato significativamente i flussi turistici in tutta la regione.

E adesso andiamo nel dettaglio, alla scoperta dei meccanismi che influenzano la nostra mente quando pensiamo a Paesi in guerra.

Così la guerra cambia il nostro modo di vedere il mondo

Cominciamo allora a considerare quelle aree geografiche che hanno conflitti al loro interno – come in Medio Oriente. “Quando si affronta un’esperienza traumatica come la guerra, anche indirettamente, il mondo sembra perdere il suo significato” continua Chiara Di Nuzzo. “I modelli mentali che normalmente ci aiutano a ripristinare le sensazioni di sicurezza e di stabilità non funzionano più, generando un persistente stato di allerta, paura e ansia“.

L’ansia che sale al pensiero di un viaggio o di uno spostamento in generale non può quindi che influenzare negativamente la scelta delle mete: si rinuncia a esplorare posti nuovi e, nel caso di vacanze già prenotate, si può anche arrivare alla scelta di cancellarle, nel caso si percepisca un livello di sicurezza eccessivamente basso.

“Questo vale soprattutto per le nazioni vicine alle aree di conflitto, come Giordania ed Egitto che, nonostante siano mete notoriamente stabili internamente e amate dal turismo, hanno riscontrato una drastica riduzione delle prenotazioni nel periodo immediatamente dopo l’inizio della guerra che ha avuto una escalation inaspettata” continua la psicologa.

I Paesi in guerra e l’escalation di odio

“Purtroppo, osservando il mappamondo, vediamo sempre più divisioni che alimentano paura, odio e aggressività, costringendoci a quel falso binario di “noi contro loro” sottolinea Chiara Di Nuzzo: “Questa polarizzazione mina il tessuto sociale, promuovendo sfiducia, insicurezza e ostilità”. E questo è ciò che accade anche nei media e nelle piattaforme che sostengono di fare informazione, nel momento in cui invece spingono conversazioni, commenti e condivisioni alimentate da emozioni forti.

Il pensiero di Paesi in guerra può toglierci la bellezza del viaggio
Uno scatto a Casablanca, Marocco – Copyright @Chiara Di Nuzzo

Il viaggio come cura

Sembrerebbe un controsenso, dopo tutto ciò che ci siamo detti. Eppure non lo è: “È qui che il viaggio potrebbe assumere un ruolo ancora più rilevante, proprio in un periodo storico come questo” ci fa notare la psicologa.

“Il contatto diretto con culture diverse promuove la comprensione reciproca e abbatte le barriere del pregiudizio e della paura: viaggiare è un mezzo per conoscere il mondo, creare ponti culturali e vedere l’altro non come un nemico, ma come un essere umano con le sue paure e speranze”.

Ecco allora che una ritrovata fiducia nel viaggiare diventa la spinta per connettersi con altre culture e questo, a sua volta, diventa “un atto di solidarietà globale, che ci aiuta a superare le divisioni e a creare un mondo più pacifico e stabile”.

Non solo guerra fisica: il ruolo del Covid

Bisogna ammettere, però, che gli anni del Covid non ci hanno supportati verso questa direzione. Ma la pandemia ha davvero soffocato la voglia di muoversi e conoscere? “Dopo la pandemia, credo che la paura di viaggiare sia più visibile ma, soprattutto, più ‘accettabile’: ha sicuramente instillato un profondo senso di vulnerabilità globale, facendo emergere i timori legati alla salute e alla sicurezza che persistono ancora oggi” sottolinea Chiara Di Nuzzo. “Gli anni di isolamento forzato e il distanziamento sociale hanno alimentato un profondo senso di solitudine, fragilità e incertezza, aumentando così la percezione del rischio e la sfiducia verso l’esterno”.

Al di là dei Paesi in guerra, quindi, tutto questo disorientamento “ci ha spinti a dare priorità ai bisogni primari di sicurezza e di stabilità” e ha favorito quindi atteggiamenti conservativi: nella pratica, abbiamo preferito spostarci nel modo più autonomo possibile, restando così all’interno dei confini nazionali, nei luoghi a noi più vicini fisicamente ma anche psicologicamente.

Tutto questo ha avuto anche un risvolto positivo, per così dire: “Dopo il trauma del Covid, ci si sente più legittimati a parlare delle paure legate al mondo esterno: la paura di spostarsi, la preoccupazione per i comportamenti altrui, il sentirsi insicuri nei trasporti e la paura di volare” dice Di Nuzzo. Tutte paure sempre esistite, certo, ma che facevano fatica a emergere, spesso accompagnate anche da un senso di vergogna. Oggi, invece, il dialogo è più semplice e si è più aperti ad affrontare le paure, alla ricerca di soluzioni.

Superare gli ostacoli mentale: è possibile?

La risposta non può che essere una: certo, è possibile. E se ci poniamo questa domanda siamo già a metà strada, perché il primo passo per superare una paura è riconoscerla. Ma esistono piccoli ma costanti esercizi che possiamo fare nel nostro quotidiano, per superare queste paure?

Per superare davvero la paura di viaggiare, però, tanto più in tempi così complessi come quelli che viviamo oggi, “è necessario un approccio integrato che unisca il supporto emotivo, la collaborazione, la vicinanza culturale e la veicolazione di informazione accurata” ci spiega la psicologa. È solo così che possiamo davvero ridurre l’ansia e ritrovare il piacere di conoscere attraverso il viaggio: qui sotto trovi i cinque consigli che ci ha regalato.

Riyadh, Arabia Saudita – Copyright @Chiara Di Nuzzo

I 5 consigli della psicologa Chiara Di Nuzzo

1. Informazione corretta e accurata

È importante acquisire informazioni corrette sui rischi reali e oggettivi legati ai conflitti. Questo ci aiuta a distinguere tra una paura irrazionale e un’ansia normale, rendendo più facile gestire le nostre preoccupazioni. È importante analizzare le informazioni che riceviamo e valutarne le fonti, in modo da potersi chiedere se ci sono prove concrete a supporto delle paure o se stiamo reagendo emotivamente a notizie sensazionalistiche.

Inoltre, l’educazione e l’informazione giocano un ruolo cruciale. Cercare informazioni precise e aggiornate sui luoghi che intendiamo visitare, da fonti attendibili e ufficiali, riduce l’incertezza e aiuta a prendere decisioni informate. Conoscere le condizioni politiche e di sicurezza di una destinazione ci aiuta di prepararci adeguatamente e di affrontare i viaggi con maggiore tranquillità.

2. Ridurre l’esposizione alle notizie

È fondamentale trovare un equilibrio tra il bisogno di essere informati e la necessità di proteggere la nostra salute mentale. Limitare l’esposizione alle notizie può aiutare a ridurre l’ansia, consentendoci di mantenere una prospettiva più equilibrata.

3. Vicinanza con le persone familiari

La condivisione, la cooperazione e la connessione con gli altri sono fondamentali per il nostro benessere psicofisico, poiché offrono appagamento, gratificazione e protezione.

La condivisione delle proprie paure e preoccupazioni con amici, familiari e la comunità può alleviare il senso di isolamento e di vulnerabilità. Parlare apertamente dei propri timori permette di normalizzare queste emozioni, riducendo l’ansia e favorendo una maggiore comprensione reciproca.

4. Dialogo aperto e di scambio con le persone di altre culture

L’opportunità di parlare con persone di culture diverse permette di avere conversazioni autentiche che ci sostengono nello sfidare i pregiudizi e nell’offrire una prospettiva più umana e comprensiva.

Partecipare a programmi di scambio culturale o viaggiare in Paesi diversi può ridurre la paura e l’ansia, imparando e dimostrando che non tutti gli stranieri rappresentano una minaccia.

5. Allenare la propria resilienza e tolleranza allo stress

Tecniche di gestione dello stress, come la mindfulness, la meditazione e l’esercizio fisico, possono aiutare a mantenere un equilibrio emotivo e a gestire l’ansia legata ai viaggi. Lavorare sulla propria capacità di adattamento e fiducia nelle proprie capacità, può rendere i viaggi meno ansiogeni e promuovere la tolleranza dell’incertezza.

La condivisione di esperienze è sempre arricchente: se ti va di raccontare la tua ci confrontiamo con immenso piacere nei commenti E se hai domande per la psicologa Chiara Di Nuzzo, scrivi pure qui sotto.

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